Xanti Yakà nel Salento – Ex Tabacchificio

Ex-Tabacchificio di LAURA GRECO

Xanti Yakà nel Salento – Ex Tabacchificio Case Arse 

Sutta a provincia de Lecce, ce stannu le tabaccare su belle, fine e care che ti fanno innamorà e te fannu spasimà , la tabbacara m’aggiu spusà ‘ngoppa a chiru musillu doce cento baci ne l’aggiu dà.

Recitava così un canto popolare sulle “tabacchine” del Salento, insieme alla vite e all’ulivo, quella del tabacco è stata una delle più diffuse coltivazioni del meridione, e soprattutto fra le più forti economicamente, per circa duecento anni. Sparsi un po’ ovunque i tabacchificii reclutavano centinaia e centinaia di famiglie addette per tutto l’anno ai lavori di produzione. 

Le aie delle campagne erano piene di telai, e una volta essiccate le filze venivano legate insieme per formare delle biche, che venivano appese al coperto in alto su dei fili di ferro tirati da una parte all’altra degli stanzoni, affinché riacquistassero morbidezza. Verso ottobre le filze venivano imballate “ncasciate” , ossia sistemate nelle casse e portate nei magazzini, dove venivano ispezionate dagli esperti del Ministero,  la parte non buona veniva bruciata, l’altra invece veniva pesata per pagarla al produttore. 

La vendita delle casse alle fabbriche era scandita da due momenti, durante le quali la direzione riusciva ad imporsi spesso sul contadino con dinamiche di speculazione: il momento del rovesciamento delle casse di tabacco (in cui solitamente le lavoratrici ruffiane, su ordine delle maestre, cercavano di svalutare la qualità dei cumuli mettendo le foglie di qualità inferiore sulla cima) e quello della perizia (l’indagine tecnica dei periti agrari per stabilire la qualità e dunque il valore del tabacco, che spesso si traduceva in un fazioso declassamento ai danni del venditore). La perizia era poi seguita dal processo di classificazione ad occhio delle foglie, che consisteva nell’assegnazione di ogni foglia a una determinata categoria di qualità dal valore prefissato. Alla costante oppressione sia degli agrari, (che decidevano quante are di terreno potessero coltivare e a che condizioni), che dei proprietari delle fabbriche (che decidevano quando avrebbero dovuto portare il tabacco e come sarebbe stato valutato), i contadini si trovavano a sommare la totale mancanza di certezza nel riuscire a portare a compimento i processi di coltura ed essiccazione, continuamente minacciati da eventi atmosferici, parassiti e umidità. Ogni dieci quintali che venivano presentati alla perizia,   la speranza di vendita era di circa la metà.

All’interno delle fabbriche vi erano le tabacchine ossia le operaie e le maestre: le caposala che gestivano severamente il ritmo di lavoro delle operaie con un sistema di controllo del ritmo produttivo basato su intimidazioni e punizioni. 

Tra il ’43 al ’47 si successero dei movimenti di sciopero e delle azioni intraprese dal sindacato. A Tricase ci furono anche morte e ferite, le tabacchine erano una categoria importante di lavoratrici e molti dei diritti conquistati nel mondi di lavoro femminile lo si deve a loro.

Il tabacchificio di Case Arse dava da lavorare a circa 500 operaie, è rimasto attivo fino a circa dieci anni fa.  Le varietà di tabacco trattato erano lo Xanthi Yakà e l’ Erzegovina, provenienti dalla Macedonia e dalla Erzegovina. Una parte dell’edificio risale all’ 800, era una vecchia riserva di caccia, trasformata poi in magazzini di lavorazione, la parte restante risale invece agli anni Cinquanta, gli anni della riforma dell’Arneo, oggi è in uno stato di degrado totale ed affidato alla Regione. 

 © LAURA GRECO

 Clicca qui per guardare il reportage fotografico Ex Tabacchificio Case Arse  di Laura Greco

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Comments
2 Responses to “Xanti Yakà nel Salento – Ex Tabacchificio”
  1. bravajulia ha detto:

    Bello il lavoro di Laura, un B/N crudo, di contrasto elevato, a sottolineare la crudezza del lavoro in questa terra, oggi camuffata da penisola incantata agli occhi del turista, ma fino a pochi anni fa, terra di sangue e dolore, di schiene piegate sotto il sole; oggi si ripropone tale ma con braccia di un altro colore, alla ricerca di un brandello di dignità.

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